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Bologna campione

di Angelo Saccaro

E' uscito in questi giorni ed è disponibile anche in tutte le edicole il film ideato dal giornalista Antonio Marrese per raccontare il Bologna campione d'Italia nello spareggio giocato a Roma contro l'Inter il 7 giugno 1964. Vedendo i filmati d'epoca impreziositi dagli intermezzi di attori veri ed estemporanei (Eraldo Pecci nei panni del gestore del bar, Rizzoli in questi giorni giudicato il miglior arbitro dei mondiali in Brasile, eccetera), ho rivissuto il clima, i sentimenti di quando ragazzino tifavo Bologna dalla curva San Luca da sempre la fonte del tifo rosso blu. L'autobus mi scaricava davanti alla biglietteria e alla fine della partita mi aspettava per portarmi davanti alla sala borsa, in piazza Maggiore, per seguire la partita di pallacanestro del Gira e dei suoi campioni Germain e Lucev, i miei preferiti. La tribunetta in legno ci permetteva, battendo i piedi, di fare un tifo d'inferno. Poi a casa a rivivere le emozioni del pomeriggio. Ero un tifoso del Bologna ma in particolare di Gino Cappello che alternava apatia insopportabile al guizzo della pantera che sbloccava il risultato. Cappello era stato acquistato dal Padova. Quando lo incontrai per la prima volta per chiedergli l'autografo che aveva preparato per me grazie all'intervento di un amico di mio padre, mi sembrava di toccare il cielo con un dito e la sua fotografia con la maglia della nazionale e con la dedica “al piccolo Angelo con simpatia” è rimasta e rimarrà sempre nel mio comodino. (Che delusione quando alcuni anni dopo l'ho ritrovato gestore di una tabaccheria vicino a casa mia, vestito con abiti dimessi e con l'espressione di un povero cristo!).

Un ricordo negativo è legato alla difesa di quei tempi in stile colabrodo. Gli avversari conoscevano i nostri limiti e, mancando all'epoca un libero ma applicando rigidamente il vecchio modulo wm sapevano che alzando un bel pallonetto il nostro centralf (allora si chiamava così) Greco il più delle volte ciccava drammaticamente il pallone permettendo al centrattacco (allora si chiamava così), lasciato completamente libero, di fare gol al povero portiere (non ricordo se ancora Vanz o Giorcelli). Il perno della difesa era Ballacci un terzino sinistro in stile Nereo Rocco (ricordate la sua difesa nel Padova: Blason, Scagnellato ecc... a cui il tecnico spiegava che dovevano colpire con forza tutto ciò che si muoveva in campo, pazienza se fosse stato il pallone.) Poi ricordo alla rinfusa Pozzan, mezzala sinistra, acquistato in tandem con Gino Pivatelli, centravanti, che Gipo Viani prese a calci nel c....imboccando il sottopassaggio al termine del primo tempo di una partita in cui il suo impegno era stato modesto. Pilmark e Jansen mediani metodisti, danesi Poi, sempre più alla rinfusa, Cervellati, (detto Cagaro) ala destra “sfuggente”, Bonafin il rosso che non riusciva mai a sciorinare il suo indubbio talento di goleador. Poi Campana, futuro primo presidente dell'associazione calciatori, acquistato dal Lanerossi Vicenza per un bel po' di soldini, poi Seghini, un nome una garanzia e Maschio (l'argentino idolo delle donne, che formava, nella sua nazionale, assieme a Sivori ed Angelillo un trio indimenticabile), Vukas che “andava” a vodka, il sudamericano De Marco ospite fisso della trasmissione Chi l'ha visto? Poi i due mostri sacri Luis Vinicio brasilero verace e Beppe Savoldi goleador di gran razza ricordato a Bologna per il passaggio record al Napoli e per la “connection” con la cricca del primo scandalo del calcio scommesse Il più grande di tutti è stato il tedesco Helmut Haller la cui classe cristallina incantò la Juventus. Stessa “sorte” toccò a Giancarlo Marocchi. Il riccionese Pecci incarnò perfettamente i panni del mediano perno del centrocampo. Come ignorare che a 17 anni è cominciata proprio a Bologna l'avventura di grande campione e poi di grande allenatore di Roberto Mancini, nato a Jesi ma cresciuto nel vivaio felsineo. Ricordate il “mitico” Villa e Paramatti? All'epoca si cantava; “se Maldini si fa male, Paramatti in nazionale” oppure ancor più drasticamente: “gioca bene, gioca male, Paramatti in nazionale. E il portiere Gian Luca Pagliuca nato a Ceretolo di Casalecchio e poi approdato all'Inter e alla nazionale? Si è detto che il Bologna e Bologna riuscissero a rigenerare i vecchi campioni permettendo loro il canto del cigno. Così è stato per l'immenso Roberto Baggio, per Signori e infine per il cannoniere Di Vaio. La cessione di Alessandro Diamanti e di quanto altro fosse vendibile, ha dato il colpo di grazia (oltre alla rinuncia a Gabbiadini e Gilardino che avevano contribuito con l' ottimo allenatore Stefano Pioli, ingiustamente esonerato, a presentare una squadra decente appena l'anno scorso), determinando la dolorosa, inevitabile retrocessione. Un film, purtroppo già visto quando, in tempi non troppo remoti e con scellerate gestioni, abbiamo provato l'ebbrezza di andare, in serie B e poi addirittura in promozione (in trasferta, si giocava in campetti spelacchiati al cospetto di poche decine di inguaribili “ammalati” tifosi rosso blu umiliati e derisi dai sostenitori locali.)

Ma torniamo indietro a quando subito prima della guerra, lo slogan dei tifosi era “il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa”. Dal 36 al 41, quattro (su sei) furono gli scudetti. purtroppo un po' chiacchierati per sedicenti aiuti politici extra sportivi (il federale di Bologna Arpinati era anche il presidente della federazione calcio). vinti meritatamente dai nostri sul campo. In particolare da Angiolino Schiavio (detto Anzlèn) e dagli oriundi uruguaiani (Francesco Fedullo, Raffaele Sansone, Michele Andreolo e testina d'oro Hector Puricelli). Certamente nessun aiutino per Bologna e per il Bologna nell'impresa socio-politica oltre che sportiva di strappare lo scudetto al potere del Nord. In particolare del l'Inter (con la protervia che gli era naturale), di Helenio Herrera e del presidente Angelo Moratti in realtà signorile come del resto il suo successore e figlio Massimo. Tutti gli sportivi bolognesi erano convinti che i potenti del nord non potendo vincere lealmente avevano organizzato una trappola in cui i giocatori del Bologna caddero incolpati di doping. Quella vicenda è sempre rimasta un po' oscura e la giustizia sportiva sentenziò in ultimo grado che i giocatori felsinei erano stati sì drogati ma a loro insaputa per cui vennero assolti, mentre la società per responsabilità oggettiva veniva penalizzata di due punti. Questa decisione di puro stampo democristiano, di fatto toglieva il titolo al Bologna costringendolo allo spareggio !!!

Renato Dall'Ara, il presidentissimo, ne morì di infarto tre giorni prima della partita.

Scoppiò una mezza guerra civile che infiammò gli animi di tutti i bolognesi tifosi o meno, e che non ebbe conseguenze soltanto perché il campo decretò la vittoria per due a zero del Bologna. La squadra era nata dalla strana miscela costituita da un presidente padre padrone decisionista, industriale delle termo maglie, dall'allenatore romano, intellettuale, Fulvio (Fuffo) Bernardini (sua la famosa definizione per la sua squadra: “così si gioca solo in paradiso”) e dall'esperto e determinante direttore sportivo Montanari. Quel giorno scese in campo con Negri, Furlanis e Pavinato (il capitano), Tumburus, Janich e Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller e Capra in sostituzione del titolare Ezio Pascutti, spesso squalificato per le sue intemperanze. Alla prima segnatura di Fogli, le decine di migliaia di appassionati che non avevano potuto raggiungere Roma dove, allo stadio Olimpico si svolgeva lo spareggio, ma che avevano ascoltato la notizia alla radio, riempirono la città di un grido liberatorio. Era la fine di un incubo consacrato dal secondo gol segnato da Nielsen che donò vera, sana gioia a tutti bolognesi. Io fra quelli. Avevo sin da bambino seguito il Bologna, avevo giocato nella squadra del San Luigi con un giovanissimo Giacomino Bulgarelli che all'epoca non poteva certamente dirsi una promessa con il suo fisico un po' gracilino (un campione sembrava invece potesse diventare il nostro centravanti, figlio di Schiavio, dal fisico possente) per cui quella giornata mi resterà per sempre nel cuore come pure la passione per il Bologna. In cambio? Anche quest'anno l'onta della retrocessione. Il futuro? Grigio, nero, drammatico. La dirigenza è inconsistente, incapace e di mezzi economici modesti. Perché allora hanno preso questa patata bollente senza avere la capacità di gestirla? Volevano costruire il nuovo stadio?

“Ma mi faccia il piacere” avrebbe detto il grande Totò. Non ci sono speranze? NOOO! A meno che non si presenti un Nembo kid che faccia piazza pulita rifondando squadra e società. Ma esiste per il Bologna un Nembo kid?

L'ultima “chicca” è stata la vendita a titolo definitivo di un ragazzo del vivaio, di poco più di 18 anni, figlio di un valente giocatore di bridge Gian Luca Capello, ortopedico affermato, bolognesissimo. Alessandro aveva entusiasmato tutti noi tifosi del Bologna Che si fosse in presenza di un secondo Bulgarelli? Prima il passaggio in comproprietà all'Inter ed ora a titolo definitivo al Cagliari di Zeman che apprezza il nostro ragazzo.

Meglio scordarsi del calcio e dedicarsi a tempo pieno al bridge.

Angelo Saccaro